Ma dove vai ragazzo se l’insulto non ce l’ha i?

Venerdý 23 dicembre 2016 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Non vivranno il migliore dei mondi, i nostri giovani, ma nessuno li batte come collezionisti di aggettivi. L’ultimo, <pistola>, che in gergo padano dovrebbe voler dire stupidi. Rivolto indirettamente a loro quando il mitico ministro Poletti ha detto che se ne vadano pure dall’Italia, non è che sono dei <pistola> (appunto) i 60 milioni che restano. Anzi è un bene che certa gente (quei 107 mila all’anno che scelgono l’estero) non stia più fra i piedi. Indegni di un ministro perito agrario come lui. Indegni della mancanza di lavoro, proprio ciò di cui il ministro medesimo si occupa con tanto acume che i ragazzi prendono un treno. Anzi indegni di quei voucher polettiani che dovevano essere un mezzo contro lo sfruttamento e si sono rivelati il mezzo per sfruttare di più. Quando si dice l’imprevisto, se non il previsto.

 In una classifica dei valori, è difficile dire se il <pistola> sparato sui giovani stia al primo posto. Dovendo concorrere con lo <scansafatiche> affibbiato ai laureati 28enni (sempre made in Poletti). E storicamente con l’antesignano <bamboccioni> (ministro Padoa Schioppa). E poi <sfigati> (viceministro Martone), <choosy> ovvero schizzinosi (ministra Fornero), <noiosi> (premier Monti).

 Sono colpevoli, i nostri giovani, di essere una generazione figlia della Teoria del Caos, quella che decide di farti nascere a caso in un certo tempo e in un certo luogo. Essi così predestinati per la prima volta nel dopoguerra a stare peggio dei padri. Finché 107 mila decidono di andare a cercare altrove il riconoscimento del merito. O magari solo un lavoro qual che sia, quello su cui la Costituzione dice essere fondata l’Italia. Quindi, ministro, se la Costituzione la viola un governo, lo denunciamo alla Corte costituzionale?

 E non ne parliamo dei giovani meridionali, da sempre emigranti come sanno fin dalla nascita. Cosa vuoi fare da grande stante che emigrerai dal Sud? Sia chiaro: i giovani devono avere piedi leggeri, andare a conoscere il mondo. Anzi per molti è una fortuna che possano andare. Anzi faremmo meglio a non trattenerli. Chissà, sarebbe meglio che andassero per scelta e non per disperazione. Come pure sarebbe meglio che, oltre che piedi leggeri, potessero avere ali tornanti. Tornare come fanno molti al Sud, per la verità. Molti di più di quanto crediamo negli ultimi anni. Così come le statistiche non si occupano di quelli che restano. Eroi positivi. Guerrieri di un nuovo Sud.

 E poi quelli che dal Sud partono già per andare a fare l’università altrove, dalla Puglia uno su tre. Col consueto atto di dolore per le università meridionali, considerate non all’altezza di chi legittimamente pensa che laurearsi debba essere ancòra un vantaggio nella scala sociale. E che allora è meglio laurearsi in università più prestigiose. Finché non scopri, per dire, che il Politecnico di Bari è da anni non secondo a nessuno. E che l’università di Bari vede salire in tre anni del 12 per cento la qualità della sua ricerca. Wow.

 Cosicché capisci la verità sull’emigrazione studentesca, al di là del diritto di andare dove ti porta il cuore. Capisci che il problema è sempre quello, il lavoro successivo. Per il quale è meglio cercarsi le basi dove già ce ne sono cominciando ad andare a studiarci. Ciò che significa anche condanna per il territorio meridionale non solo per le sue università nonostante tutti i loro problemi. Figli anche di una Trappola.

 La Trappola è che il ministero valuta le università in rapporto all’occupazione dei loro laureati dopo. Valutare significa anche finanziare di più o di meno. E finanziare di più o di meno significa anche più o meno docenti, più o meno corsi, più o meno ricerca. Quindi più o meno qualità. E più o meno iscritti. Ovvio che i laureati trovino meno lavoro al Sud dove il lavoro è meno da sempre. E più vanno via, più rischia la qualità delle loro università e del loro territorio. Perché quelli che vanno via non tornando sono la classe dirigente futura vitale per il Sud i cui guai vengono attribuiti appunto alla classe dirigente meridionale e non, per carità, alle politiche nazionali. Per le quali il Sud è da sempre diversamente italiano, addirittura se ne può fare a meno così l’Italia resta l’Italietta che è. Perché non vogliono capire che le diseguaglianze frenano la crescita.

 In questa rabbia il sopradetto ministro Poletti piomba forse per incoraggiare i 60 milioni che restano. Ma è una recidiva delle sue gaffe da ministro all’italiana. Si spera per difficoltà congenite con la lingua. Ma si teme per incapacità di capire che il mondo che vede lui è diverso da quello che contribuisce a creare. Il quale è fatto anche di curriculum senza risposta, di partenze di notte, di monolocali, di lontananze, di affetti via skype. E di un Sud che deve tirare benché qualche <pistola> faccia di tutto per cancellargli il lavoro e far andar via i suoi giovani. Anzi meglio, così non li abbiamo fra i piedi.