Chi telefona Ŕ un troglodita

Sabato 7 gennaio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Telefono a un’amica, pronto, dal suo tono mi accorgo della sua sorpresa, di averle inflitto una violenza. Perché ormai parlare, come si dice, a voce, è più archeologico di un vaso magnogreco. E chi lo fa è più sospetto di un terrorista dell’Isis. Al massimo, se proprio ti ostini, devi annunciarti con un sms: posso chiamarti, e quando? E non perché la persona da chiamare abbia tanto da fare o starà sotto la doccia. Ma perché ormai la telefonata è defunta, roba da maleducati. Immolata sull’altare del nuovo modo di parlarsi senza parlarsi. Perché le nuove tecnologie hanno aumentato vertiginosamente il nostro cicaleccio ma azzerato le nostre umanità.

 ORA SOLO MESSAGGINI. Sono loro che con WhatsApp e chat hanno cannibalizzato le chiamate, che prima si facevano con quel residuato bellico conosciuto appunto come voce. Negli Stati Uniti già dal 2007 il numero di sms supera quello delle chiamate. Ma nel 2013 la campana a morto ha suonato anche per gli sms, per la prima volta al mondo superati da messaggi tramite app (le applicazioni). Ora sono 60 miliardi i messaggi inviati ogni giorno via Facebook Messenger e WhatsApp a confronto dei 20 miliardi di sms: il triplo. E 200 milioni i messaggi vocali WhatsApp (sempre ogni giorno). La velocità di cambiamento in questo campo è maggiore di quella del nuovo treno giapponese da mille chilometri all’ora. Anche questo è l’iPhone, lo strumento che ha compiuto dieci anni e che ci ha cambiato la vita.

 Chiamiamolo paradosso, ma avviene che utilizziamo sempre meno i cellulari per telefonare, proprio oggi che ci sono al mondo 7 miliardi 800 milioni di sim (cioè numeri attivi) su 7 miliardi 400 milioni di persone. Non ne parliamo nemmeno delle linee fisse, con i vecchi apparecchi che definire vintage è esaudire le loro ultime volontà. Basti pensare che nel 2015 gli italiani hanno comunicato per 160 miliardi di minuti da mobile e per 57 da fisso. Ormai utilizzare il fisso è una estrema unzione. In disuso come mandare lettere, per le quali anche trovare francobolli è più difficile che evitare Maria De Filippi in tv.

 Ovvio che tutto questo non avvenga allo stesso prezzo, a parità di condizioni. Meno conversazioni significano meno possibilità di “empatia”, la chimica che si stabilisce fra le persone, il pathos, il sentimento. Meno empatia uguale meno conoscenza diretta. Meno conoscenza diretta uguale metallizzati come robot. Telefonare, lo sappiamo, è più facile che incontrare qualcuno di persona: non mi puoi chiamare invece di vederci per un caffè, ché non ce la faccio?

 RIDATECI UNA VOCE Ma ora siamo all’evoluzione della specie: mandare un messaggio è più facile anche di sentirsi. Puoi dire ciò che vuoi dando tempo per una risposta o nemmeno riceverla. Per sms è più facile comunicare una notizia spiacevole. E’ più facile inviare auguri anche a uno di cui non ti frega niente. E’ più facile farsi vivi senza ulteriori implicazioni come scambiarsi convenevoli, non ce la filiamo proprio. E la necessità di sintesi è un ulteriore guscio per non familiarizzare, per nascondersi. Non da meno la mail, così me la sbrigo con questi ringraziamenti per il regalo di Natale ed evito gli accessori (passato bene? e capodanno?).

 Ai suoi tempi quel matto di Einstein scriveva “Il mondo come lo vorrei”. Ora solo la resa al mondo com’è ci fa dimenticare che non c’è sms o WhatsApp ad avere la caratteristica di una voce. Il ritmo. L’inflessione. Gli alti. I bassi. Le pause. L’immaginazione. Lo scambio. Le titubanze. Gli impeti. Chiedere. Rispondere. Il tutto a modellare le parole, che non sono solo lettere messe una dietro all’altra su una tastiera. Ma sono (o erano) il principale rapporto con gli altri perlomeno in un’epoca in cui contavano più delle immagini, dei “mi piace”, delle faccine degli emoticon, dei 140 caratteri di Twitter, delle suonerie.

  Ma non ci vuole la scienza infusa per capire che se invece di guardarti intorno passi il tuo tempo, cioè la tua ricchezza più grande, a fissare uno schermo, cambia tutto. A cominciare dalle relazioni, questo oggetto misterioso vampirizzato dal monopolio di un apparecchio più protagonista che comprimario, più prim’attore che comparsa, più al suo servizio che al tuo. Col diritto divino di irrompere in te sempre e ovunque. Per importi dialoghi muti anche quando si sta insieme, ciascuno di testa sul suo come al bar e al ristorante.

 “Phubbing”, dicono gli inglesi, da phone e “snubbing”, trascurare chi sta di fronte per dedicarsi appunto al proprio phone. Come se la realtà stesse più lì dentro che fuori. Ora nessuno vuol fare la figura dell’ultimo giapponese vissuto trent’anni nascosto nella foresta convinto che la guerra non fosse ancòra finita. Ma non sarebbe un’eresia raccomandare di spegnere di tanto in tanto lo smartphone e accendere la conversazione. Secondo gli studi più aggiornati, non farebbe neanche male alla salute.