La mia cafonata migliore della tua

Sabato 28 gennaio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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E poi, chi sarebbe il guastafeste? Esempio la cattiva educazione. Prima ci eleggono presidente degli Stati Uniti un Trump che si insedia con una cravatta rossa che gli pende fino ai genitali e la giacca aperta su una pancia da birra Peroni. La moglie lo accompagna con una gualdrappa celestina tipo la strega di Biancaneve, quella della più bella del Reame. Ella medesima porta in regalo alla “first lady” uscente, Michelle Obama, una scatola di Tiffany talmente grossa che ci sarebbe voluta la protezione civile per sbarazzarsene. Insieme invitano un Briatore che quando parla sembra sempre che ti stia sputacchiando addosso il caviale. E il loro figlio piccolo che quando lo hanno deportato dalla sua stanzetta con le maniglie d’oro alla Casa Bianca dove vivranno ora, ha chiesto a mamma e papà arancione se non fossero diventati poveri.

 NON SOLO A CARNEVALE Siccome non c’è limite allo sprofondo, proprio in questi giorni di finezza estrema una rivista scientifica statunitense se ne esce affermando che mettere le dita nel naso è un ottimo antistress. Proprio in questi giorni in cui invece di dire “God save America”, Dio salvi l’America, bisognerebbe dire, Dio salvi noi da questa America. Se tanto mi dà tanto, pardon, domani ci diranno che anche grattarci il sedere in pubblico è più efficace di un ansiolitico. Che ruttare è un atto di cortesia verso chi ci ha invitato a cena, nel senso che gradiamo come si faceva al tempo dei Romani. E che mangiare con le mani è invece scortesia (e nient’altro) verso chi ci ha fatto trovare posate d’argento da neoricco. Convincendoci che la guerra ai cafoni è un “vaste programme”, un programma troppo ampio come rispose il presidente francese De Gaulle a chi lo sollecitava a eliminare tutti gli imbecilli.

 Metti con questi cafoni, ora che è Carnevale. Magari lo è ogni giorno, nel senso che in giro ci sono più travestiti che vestiti. Ma è dura pensare ad agonizzanti signore con mascherine alla Star Trek, acconciature alla Cleopatra, abiti alla Godzilla. E claudicanti signori alla Topo Gigio o alla D’Artagnan che vanno a certe buffonate di feste dove si sprizza allegria come dopo una ispezione fiscale. La carnevalata è però soltanto un aspetto stagionale di una cafoneria invece completamente destagionalizzata. Che considera la buona educazione peggio di una rettoscopia. Vedi ora che comincia il Festival di Sanremo. Che sarà anche un elemento del paesaggio italiano ma che viaggia a botte di 600 euro a poltrona solo per fare con la manina alla tv e sbracarsi belluinamente verso cantanti da prime comunioni alla Sala Smeraldo.

 GENITORI & FIGLI Siamo appena usciti dai cafoni di Natale, quelli del riciclo talmente generalizzato che gli unici ad aver fatto affari sono i negozi che vendevano carta da regalo. E viviamo una routine di cafoneria quotidiana essendo ancòra lontano il campionato mondiale della cafoneria che è il mare. Così ci dobbiamo arrangiare con la cafoneria del buon compleanno da parte di gente sentita (anzi letta in Whatsapp) solo il giorno degli auguri. Col cafone da selfie che non fai in tempo ad incontrarlo che parte prima la foto che la stretta di mano. Col cafone da bar che urla come se stesse in Curva Sud. Coi talk show cafoni il cui numero uno è Salvini che sembra un parcheggiatore abusivo. Col supercafone che è Grillo, il quale però più cafoneggia più sale nei sondaggi. Nessuna meraviglia in un Paese tanto più orgoglioso che vergognoso di se stesso da aver inventato una trasmissione di successo come l’”Isola dei cafoni”, dove se ti metti soltanto le dita anti-stress nel naso ti prendono per educato infiltrato e non superi neanche la prima selezione.

 Lasciamo stare proprio per carità di patria il cafone col rotolo di soldi e la cafona in borsa firmata con rate del mutuo accluse. Lasciamo stare il cafone con la camicia aperta e la mano ad arricciare i peli come se fossero polpi. Lasciamo stare il cafone da Suv, i cafoni da buffet che sembrano squali a digiuno da una settimana, i cafoni da barzelletta che te ne devono sparare sempre una e se non ridi gli prende il trauma, il cafone da magliette che sembrano manifesti, la cafona da tacco 14 che è un pericolo pubblico perché se ti cade addosso ti prendono per un maniaco, il cafone da jeans tanto più oleosi tanto più onore. E lasciamo stare i genitori cafoni con figli a scuola che hanno sempre ragione anche se non sanno fare la O col bicchiere e picchiano il disabile. Lasciamo stare perché ormai sono come il caffè a colazione, una battaglia persa in un Paese che paga settemila euro a Fabrizio Corona per averlo in discoteca.

 I genitori di un’altra epoca geologica dicevano ai loro ragazzi, fatevela sempre con quelli migliori di voi. Si tratta di capire chi sarebbero i migliori oggi visto che non c’è niente di meglio del peggio. Maledetti cafoni, ve ne approfittate perché siete in tanti.