L’italiano ucciso da una vecchia zia

Sabato 11 febbraio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

A me colpisce. A me preoccupa. Ha paventato la vittoria. Non è l’inizio dell’articolo di chi si è fatto tre rum. Sono esempi dell’italiano da pattumiera tanto abituale quanto convinto di essere giusto. Se un ragazzo scrive o fatto invece di ho fatto, e a chi glielo fa osservare risponde che non lo sapeva invece di dire che l’acca gli è rimasta nella penna, di cosa possiamo parlare? Perlomeno è onesto. Non gli è mai capitato nella vita di incontrare quella regola di ortografia, né ha mai fatto letture sufficienti per imparare almeno a occhio o a orecchio. Così l’errore è in lui come un fiume sotterraneo. E può straripare a sua insaputa. Non lo sapeva.

 STUDENTI ANALFABETI Si sarà capito che stiamo parlando della disperata denuncia di 600 professori universitari sui loro studenti che non sanno l’italiano. Sulla loro fatica nel correggerne le tesi. Sul fatto che tre quarti degli iscritti alle lauree triennali sono quasi analfabeti. Sull’avvilimento di trovarsi di fronte ragazzi che scrivono come se stessero mandando un sms xché così sono. Su tesi nelle quali confondono il congiuntivo col condizionale, sbagliando la “consecutio temporum” e i periodi ipotetici (se io sarei). Uno ha raccontato di aver incontrato in treno una studentessa che non sapeva quale fosse la penultima lettera del codice di prenotazione del suo biglietto.

 Altre testimonianze dal prof. Giuseppe Antonelli, autore di un libro talmente vecchio (“La lingua degli studenti universitari”, 1991) da far capire come da allora in poi la situazione è addirittura peggiorata. Con mancanza di capoversi, punteggiatura assente o errata (“un centro urbano, gode di maggior prestigio”), apostrofo sbagliato (“un’altro”), accenti a piacere (“si”, nò”), vocaboli come capita (“tutte le mie speranze si sono assolte”). Si potrebbe continuare all’infinito. Ma ci vuole rispetto per chi è al tappeto sul ring.

 Di cause e di possibili rimedi si sono già occupati su questo giornale Michele Partipilo (lunedì 6 febbraio) e Bianca Tragni (mercoledì 8). Partipilo: nefaste riforme, qualità del corpo docente, internet e il copia e incolla che non fa fare più ricerche, le immagini che sostituiscono la scrittura, copiato e riassunto scomparsi, scuola che non offre più sapere ma saperi dai corsi di cucina in giù. Tragni: scomparsa del latino e della sua capacità di far ragionare con tempi giusti e logica, il facilismo amorale della scuola, scomparsa del dettato e del tema di italiano, demenza digitale da telefonini, web, blog e via discorrendo (orrendo davvero). Il prof. Canfora, uno dei 600 firmatari, intervistato da Enrica Simonetti (lunedì 6) ha denunciato la guerra all’analisi logica (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto), con la prova scritta d’italiano che prima era obbligatoria anche all’università (insegnamento che dovrebbe esserci ancòra in ogni facoltà) e ora sostituita dagli articoli brevi anche nei licei.

 FIORI DI ANTILINGUA Ma bisognerebbe allargare la caccia all’assassino. Il filosofo Massimo Cacciari ha detto che la colpa non né degli insegnanti né degli studenti, ma di chi ha smantellato la scuola tagliando, ad esempio, latino e filosofia, e comunque le competenze basilari per qualsiasi corso di studi. La ministra Valente, diplomata maestra d’asilo, ha esordito introducendo la media del 6 politico per l’accesso alla maturità, insomma puoi non avere la sufficienza in tutte le materie. Ha aggiunto che vuole ancòra riformare le medie con libri e giornali in classe. E poi con una botta intellettuale ha ammonito a tornare al pensiero di Tullio De Mauro, il principe dei linguisti scomparso poco fa. Ma attenzione, fa sapere Ernesto Galli della Loggia, che De Mauro è anche lo studioso ed ex ministro che un tempo teorizzava maggiore democrazia nell’insegnamento per evitare che i ragazzi imparino “i modi linguistici delle classi dominanti”. Insomma grammatica nemica della libertà d’espressione, magari poi finendo per considerare il congiuntivo un pregiudizio borghese.

 Ma l’italianista Claudio Giunta aggiunge che già Italo Calvino nel suo “L’antilingua” irrideva chi preferiva dire “recarsi” invece di “andare”, “incorrere nel rinvenimento” invece di “trovare”, “pasto pomeridiano” invece di “merenda”. E però c’è una soluzione del giallo: l’assassino è una vecchia zia 85enne che ci deve essere da qualche parte. Una ex maestra elementare che semina i virus assorbiti dopo la Grande Guerra. Una lingua che dice “pomidoro” invece di pomodoro e “siffatti” invece di “questi”. Zia da cui chi deve scrivere una qualsiasi cosa passa la sera reduce dai tre rum, ritira il dattiloscritto, colorisce un po’ (“stronzate” al posto di “grullerie”, “casino” al posto di “disordine”) e va. Lo rivelano Fruttero e Lucentini. Mentre Pasolini parlava di genocidio della lingua italiana. Ma si sa com’era quel poeta lì, la metteva sempre sul tragico.