Un vento che mette il mondo al muro

Venerdý 17 febbraio 2017 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Protezionismo. E’ la parola d’ordine che circola per il mondo da quando Trump è presidente americano. E da quando ha detto che la globalizzazione è stata una partita truccata a favore della Cina. Unica ad arricchirsene mentre gli ex ricchi stanno a leccarsi le ferite della crisi e a perdere posti di lavoro. E così via libera agli economisti per progettare dazi doganali. E via libera agli architetti per progettare muri di ogni taglia. Così nel mondo prossimo venturo liberisti saranno i cinesi e antiglobal gli occidentali. Occidentali tutti come i Black bloc che nel 1997 misero a ferro e fuoco Genova.

 Siccome non si è inutilmente di antica civiltà come i cinesi, cosa ti risponde il loro presidente Xi? Che il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia. Ti senti protetto da vento e pioggia, ma non vedi il sole che c’è fuori. Non per dargli una mano, ma per far giustizia alla storia, non è che portarono bene il protezionismo del 1914 o quello dopo il 1929. E non è che le guerre commerciali non seminino vittime anche senza cannoni.

  E poi, protezionismo. Metti un qualsiasi nostro cellulare. Qual è la sua nazionalità, è Made in dove? Magari ideato in California, costruito in Cina, disegnato in India, distribuito nel mondo, con l’azienda produttrice che ha sede legale in Irlanda. E un lavoro che si fa da un capo all’altro del globo via Internet, non trapassa ogni muro? E quante marmitte arrivano dal Messico per le auto che Trump vuole che si fabbrichino solo in America? Così protezionismo e antiprotezionismo rischiano di dare ragione a Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

 E poi, le vacche sono anche bianche e nere, non tutte grigie. Trump che mettesse dazi sulle merci dall’estero, cercherebbe di difendere un’America che non è soltanto una potenza industriale dalla quale ci arrivano, per dire, gli aerei Boeing e le scarpe Nike, oltre a Facebook e Google. Ma è anche il più vasto mercato di consumo della Terra. Importatore. Farebbe un danno alle sue massaie. Mentre un’Italia che si regge soprattutto sulle esportazioni, sarebbe tanto danneggiata dai dazi altrui quanto autodanneggiata se li mettesse in proprio.

 La globalizzazione ha fatto danni e distrutto posti di lavoro non meno di quanto avvenuto dopo la seconda guerra mondiale. I Paesi europei semidistrutti si misero a produrre i televisori che prima erano solo Made in Usa. Laggiù passarono a produrre auto per tutti. E fu lavoro ovunque e comunque. Così doveva essere con la Cina: loro a fare i nostri bottoni, noi a rispondere, chessò, con camicie a chiusura magnetica. Senza dire cosa vuol dire Cina: concorrente coi suoi bottoni ma sterminato mercato aperto per tutto il resto. Per chi ne ha saputo approfittare non solo facendosi inondare di cineserie, ma inondandoli del lusso che i loro neoricchi amano tanto.

 La globalizzazione  ha tanto ridotto drasticamente la povertà nel mondo quanto ha creato diseguaglianze altrove. Iniqua distribuzione. Ma non confondiamola con la finanziarizzazione, termine brutto finanche a dirlo. Il problema è che ci sono investimenti in carta (spesso carta straccia) cinque volte superiori alla ricchezza complessiva (e reale) del mondo. E gli squali che hanno promesso profitti enormi dandoci perdite enormi non sono stati spazzati da una politica mondiale assente se non complice.

 Né sono mancati i bari della globalizzazione. Non puoi sostenere la concorrenza di chi produce i tuoi stessi spilli se tu devi pagare gli operai e rispettare l’ambiente e gli altri no. Occorreva una “governance”, un governo che non c’è stato. Ma non si può buttare l’acqua sporca con tutto il bambino. Né si devono attribuire alla globalizzazione peccati altrui, se peccati sono. Esempio le tecnologie che ci fanno fare il bonifico on line mentre prima andavamo in banca da un impiegato ora eliminato.

 Non chiamiamola, se vuoi, globalizzazione. Ma se dal 1870 la ricchezza del mondo (il Pil) è aumentata di 60 volte, è grazie alle frontiere aperte e agli scambi, non al filo spinato. E poi, l’Italia. Se fai come Trump e dici, Italia “first”, Prima l’Italia, tassando ciò che entra, gli altri faranno lo stesso. Anzi peggio, visto che tu sei piccolino e gli altri giganti. Specie per il Sud, che di tutto può privarsi tranne che del mercato. Sud che andrebbe non protetto ma attrezzato di quanto non ha e altri hanno. Difendendo però il suo local, l’inimitabile per gli altri. Vedi la taranta, tanto local quanto global.

 Di questo parla in questi giorni il mondo, non di ciò che si sta dicendo nella Direzione del Pd. Bloccare da noi le sirene del populismo alla Trump non è solo questione di sistemi elettorali o di date delle elezioni. E’ questione di verità sia pure controcorrente da dire contro chi grida in piazza per prendere voti e farci stare peggio. Ma ora, che vuoi, è tempo di post-verità, modo di definire diversamente le bugie.