11/05/2021
" Ah,che bellu cafè" ma che sia roba nostra

Sabato 8 maggio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

“Ah, che bellu cafè,/ sulo a Napule ‘o sanno fa’”. Ma scusate, avete mai sentito parlare del caffè di Treviso? Domenico Modugno sarebbe capace di fiondarsi dalla tomba pur di evitare questo oltraggio. Che invece non è improbabile, visto che questo Paese non è un Paese ma una guerra civile continua. Gli è che si deve presentare la candidatura all’Unesco perché appunto il caffè sia proclamato bene universale dell’umanità come unico e irripetibile. Ma poi unico e irripetibile non lo sarebbe, perché le candidature sono due. Una, partita appunto dalla città veneta, l’altra dal capoluogo campano. Con la scadenza al 31 marzo per proporsi al ministero dell’agricoltura, il quale ha rinviato entrambi ai primo settembre perché si mettano d’accordo. Altrimenti niente per nessuno. E per l’Italia.

 TREVISO CONTRO NAPOLI Diciamoci la verità. Con Napoli sarebbe d’accordo anche l’ingegner Cazzaniga, il milanese trasferito sotto il Vesuvio nel film “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo. E del quale Salvatore, il vice sostituto portiere del suo palazzo dice stupito che “quella è n’ata razza, se bevono ‘o tè. E non è che lo bevono per far vedere agli altri: pure quando stanno soli!”. Il caffè che si propone da Treviso è un caffè più industriale che artigianale, essendo la candidatura spinta soprattutto da produttori di macchine da bar e da torrefazioni. Il rito è invece Napoli, capeggiato dalla terza generazione alla guida del Gran Caffè Gambrinus, uno di quei posti in cui almeno una volta nella vita si deve passare per l’indulgenza totale. Ci può essere qualcuno che non sia mai stato a San Pietro a Roma?

 Da una parte capannoni, dall’altra sale Liberty. Con il “ci andiamo a prendere un caffè” prima rinfacciato ai meridionali che stanno sempre a prendersi il caffè. Ora invece sbandierato dai compaesani (e dintorni) del Cazzaniga. Né Treviso vorrà mai che la candidatura parli di caffè di Napoli e basta, benché al mondo quello conoscano e basta. E benché un nome forte ci voglia, visto che l’Unesco ha già riconosciuto come suo patrimonio il caffè turco, e appunto del caffè alla turca almeno sentito parlare ci è capitato. Ma anche il caffè austriaco, benché quando senti Vienna pensi soprattutto alla torta Sacher. Caffè italiano a fianco di quello turco e austriaco? E caffè italiano che si va prendere sia a Treviso che a Napoli? Mentre George Clooney dice “What else”, che altro se no?, del suo Nespresso americano. E mentre Starbucks inonda il mondo dei suoi bar nell’era della globalizzazione in cui la vecchia tazzina diventa Cenerentola.

  Se non è la tazzina giusta. Perché un suicidio collettivo come quello delle balene è alle porte se tutti i distanziamenti ci costringeranno ancòra per molto al bicchierino di carta da asporto. Continueranno a privarci, appunto, del rito. Quello che se non prendo un caffè, e come si deve, non funziono. Quello che anche il vecchio Eduardo De Filippo di “Questi fantasmi” diceva che si può rinunciare a tutto ma non al cucchiaino che gira lo zucchero e tintinna. Quello che il professor Bellavista spiegava appunto all’ingegnere, il quale diceva che nei loro uffici lombardi hanno su ogni piano le macchinette con i cinquanta centesimi e si fa presto. “Egregio ingegnere, lei ha il dovere di protestare e spiegare ai suoi superiori che quando un cristiano sente il desiderio di prendere un caffè non è perché vuole bere un caffè, ma perché ha avvertito il bisogno di entrare di nuovo in contatto con l’umanità”. Col sopradetto Salvatore vice sostituto che aggiungeva: “Ha ragione il professore. Il caffè si deve bere con rispetto, con devozione”.

 PINO DANIELE E DE ANDRE’ Una civiltà. La pausa caffè. Una pratica culturale e sociale antica, spiega l’antropologo Marino Niola. Una bevanda che crea convivialità non essendo “propriamente un liquido”. E che si affianca all’arte del pizzaiuolo non meno napoletano (e con la “u” in mezzo) anch’essa riconosciuta bene dell’umanità. Così come la dieta mediterranea, che a furia di dividersi ha finito peròper comprendere tutti, dal cous cous alla pajella. Ora caffè trevigian-napoletano? E di dov’è il caffè “sospeso”, già pagato per chi non può pagarselo? E di dov’è il caffè “di ginocchio”, i fondi utilizzati due volte in tempi di povertà? E il caffè della consolazione per il dolore di una perdita? Anche la protesta di Pino Daniele: “Na tazzulella ‘e cafè e mai niente cè fanno sapè” quelli che “nui cè puzziamo e famme” e loro “se magniano a città”.

Insomma si fa presto a dire caffè. In Italia un giro di quattro miliardi di euro all’anno. Ma pur sempre il caffè di Don Raffae’, vero grande Fabrizio De Andrè? “Ah, che bellu ccafe’/ sulo ‘n carcere ‘o sanno fa’ / co’ ‘a recetta ch’a Cicirinella/ compagno di cella ci ha dato mamma’”. Un anonimo ha detto che “le cose migliori succedono tutte dopo il primo caffè”. Scusi, ma il primo caffè di dove?