01/11/2020
Anticipiamo le ore allunghiamo la vita

Sabato 31 ottobre 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Circola in questi giorni su Facebook. Qualcosa possiamo fare per bar e ristoranti semichiusi e per evitare che qualcuno in nome della loro rabbia vada a sfasciare le vetrine. La parola d’ordine è che per distinguerci dal pipistrello carogna che ci ha scaricato il virus, dobbiamo tutti essere meno pipistrelli. Cos’è questo buio, cosa sono queste sere di autunno che ci richiamano come malafemmine? Abbiamo giorni che sembrano code d’estate, ebbene nella luce del cielo andiamo fuori a mangiare una cosa come diciamo pensando alla insalatina e finendo alla grigliata. Facciamo festa (pardon) ai tavolini all’ora di pranzo, non ci isoliamo in casa se no va a finire come questa primavera quando è stato tanto il bozzolo che non avevamo più voglia  uscirne. E se il lavoro lo permette, anticipiamo la vita fino alle 18, fosse pure tristemente somigliando a quelli che non escono la sera per non beccarsi i venti sottozero nella sfortuna di essere scandinavi. Popolo mediterraneo, resistiamo. E lo spritz facciamocelo all’ora della pennichella. Difendiamo i tavolini come una trincea.

 DIVERSAMENTE SERA E poi, la sera, ordiniamo la pizza, o una frittura di pesce, o una parmigiana di melanzane dalla tavola calda che così rimane aperta. E anche il sushi, ci mancherebbe. Mica è il coprifuoco anche se c’è chi se ne è lamentato. E l’unica autocertificazione rimasta sia quella che auto-decidiamo per la nostra pelle. Insomma non è detto che l’unica sera che conta è la sera su un marciapiede o in piazza dove c’è sempre qualcuno più addensato degli altri. E visto che dobbiamo imparare a uscire non più che sotto casa, e visto che la guerra è guerra, viva la vecchia salumeria, la macelleria e il fruttivendolo e la pescheria con i quali siamo cresciuti. Viva chi fa parte di noi più di un ipermercato in cui nessuno è qualcuno e la sua vita anche. E i fiorai, e le piante. E, scusate il termine, i giornali dall’edicola di sotto. E l’artigiano, il calzolaio, e la bottega. E niente on line, facciamo un cessate il fuoco. E più sole nostro che Dibase per la vitamina D. E compriamo italiano, anzi CompraSud, ché per ogni nostro prodotto acquistato è un nostro figlio in meno che emigra.

 Insomma le vetrine sfasciate non sono un destino e il virus si combatte molto prima della terapia intensiva. Ché se in questi giorni del nostro scontento vogliamo continuare ad ascoltare Facebook, non da meno vi gira una legittima difesa dalla pandemia attribuita addirittura alla poetessa polacca Wislawa Szymborska, cioè un premio Nobel. Che però è morta otto anni fa e come faceva, era indovina? Suggeriva in verità regole per non ammalarsi non di Covid ma di disumanità e non è che oggi non corriamo lo stesso pericolo tutti mascherati e distanziati come appestati. <(…) Evitare in ogni modo il contatto/ con i qualunquisti,/ i perbenisti,/ i pressapochisti,/ con quelli in cerca di una scusa,/ con gli adagiati/ sul divano del lamento./ Farsi contagiare/ solo dagli inquieti, dai poeti,/ dagli acrobati del possibile,/ dagli smaniosi,/ da chi non vede l’ora./ Se non ne conosci nessuno,/ cercali./ Di gente che vuole vivere/ è pieno il mondo>.

 TALPE E CICALE Noi compresi. Mascherine, guanti e domani una gabbia di vetro o di plastica? Già con lo <smart working>, il lavoro a distanza, la disumanità è nel confine perso fra i tempi del lavoro e quelli di noi stessi. E i nostri giovani già si parlano soprattutto attraverso il cellulare, anzi si scrivono. E la socialità scelta per socializzare è quella dei social dove il mondo non è mondo e la vita è un surrogato di vita vera. Già si vive più su Internet che sotto un sole con l’orizzonte ristretto a uno schermo. Una vita mutilata, siamo tattilmente estranei, è stato scritto. Una società di inavvicinabili e intoccabili. Dicono i Negramaro nel nuovo singolo appena uscito: <Ho trovato il contatto/ era solo un sogno/ e ti giuro sarebbe bellissimo se ti toccassi da sveglio>. Magari dopo esserci lavate le mani, sai com’è.

 Torneranno gli abbracci, sì torneranno. Perduti come una stretta di mano che è sempre più decente di un contatto di gomiti che avrebbe fatto l’ulteriore fortuna di un Totò. Ora stiamo alla larga. Circospetti: e se quello? Allarmati da una sola presenza oltre la nostra. E con tutto ciò che si può discutere, lontani da un teatro o da un cinema dove (ha scritto pur Conte rispondendo al maestro Muti) si condivide <la muta armonia che si instaura in presenza di un vicino, anche se sconosciuto>. Dopo essere stati talpe siamo passati a cicale e ora di nuovo talpe con vite sfilacciate nelle città ripiombate nel silenzio. E’ successo anche altrove per l’italica giustificazione. Ma troppo abbiamo fatto come se tutto fosse finito e il governo anche. Il fatto è che il virus non è un foglietto di calendario da stracciare. Non dobbiamo rimanere asintomatici anche da guariti. Intanto ulula un’altra ambulanza.