10/07/2021
Città, allarme focacce in giro

Domenica,11 luglio 2021

Chi di focaccia ferisce, di focaccia perisce. Ma anche di panzerotti. Per non parlare di quei panini col wurstel o con l’hamburger che più che panini sono attentati al pubblico decoro. E delle patatine fritte, ne vogliamo parlare? Neanche a dirlo i gelati, che soprattutto nella modalità cono hanno il difetto di soffrire il caldo. Perché un pomodoro di focaccia che cade a terra, o uno sgocciolare di mozzarella allo stato liquido, o una perdita di ketchup, o una stracciatella non leccata in tempo non sono solo una cosa che può succedere. Ma sono un disastro ecologico peggio di tutte le plastiche in mare, peggio di tutti i surriscaldamenti globali, peggio di tutti i fiumi cloaca, peggio di tutte le terre dei fuochi. E come le molliche di Pollicino, indicano sui marciapiedi il tragitto alimentare come le orme degli zoccoli nel Far West indicavano il passaggio degli indiani o del settimo cavalleggeri. Sono il segno di una nuova civiltà, quella del cibo da strada. O di una nuova inciviltà, il cibo seminato dove capita.

 SPORCARE TUTTO Così quando a Firenze hanno proposto di imporre una tassa sulla maionese, apriti cielo. Ma come, un’altra tassa? Ma come, proprio ora che l’estate bianca ci ha liberato dalle mascherine e riconsegnato la vita? Ma come, proprio ora che bar e ristoranti hanno potuto uscire dal coprifuoco? Ma come, proprio ora che si torna a vedere i turisti venerati come statue che piangono? Ma il direttore degli Uffizi che se ne è uscito con la sua idea fiscale non è il solito tedesco secchione tutto legge e ordine. Sporchi o fai sporcare? Allora i locali che vendono paghino per far ripulire nell’interesse comune. Il fatto è che uno dei centri storici a più alta densità artistica del mondo si è ridotto a uno dei centri storici a più alta intensità di unto del mondo. Dove passi e rimani con le scarpe attaccate a un suolo molto più simile a una discarica di indifferenziata che alla magia di un Michelangelo o di un Raffaello. Perché, piaccia o non piaccia, quando ha fame soprattutto il turista mangia. E più che pensare a una sedia, predilige il morso itinerante.

 Ma non solo turisti, povere gioie. Metti per esempio Bari. Dove di turisti per fortuna tornati ce ne sono a iosa. Ma accollare a loro tutto il mordi e cammina sarebbe ingeneroso per quella ampia schiatta di nativi indifferenti a tal monsignor Della Casa e al suo galateo. Roba d’altri tempi, predicare che non è buon costume il malcostume di non addentare seduti a tavola e col tovagliolo sulle gambe come paracadute anti-escrementi vaganti. Oggi si è tanto intelligenti che si riesce a passeggiare e a morsicare contemporaneamente. Con basole più nere di uno spaghetto al sugo di seppia e più oleose di un trappeto. Ma anche le panchine, il tappetino di sozzo davanti è la prova inequivocabile del passaggio del lanzichenecco che ha fatto uno spuntino. E poi, non si respira, andiamo a prendere aria al lungomare. Dove i residui del fiero pasto sono lì impunemente lasciati come testimonianza storica di una diuturna migrazione vorace di massa.

 MA LA TASSA NO E lasciamo stare la solita movida, i ragazzi ché ce l’hanno tutti con loro. Magari una pipì a un angolo di portone, un vomito etilico davanti a una serranda, uno spritz sfuggito dal bicchiere, una rissa al primo sguardo sgradito, un aperitivo un po’ movimentato. Ma siamo stati tutti giovani, no? Così fra pizze al taglio, kebab, salsicciotti, crepes e insalatine, l’andiamoci a mettere nello stomaco qualcosa si traduce nell’andiamo a mettere a ferro e fuoco, pardon, a sugo e avanzi la città. Ma la tassa sulla maionese e affini, no. La solita malata idea di chi si è fissato che la città debba essere un luogo di bellezza e non di nettezza (in)urbana.