26/01/2021
La Razza Furbetta della pandemìa

Sabato 23 gennaio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Il Paese dei furbetti. In Italia abbiamo avuto i furbetti del cartellino, quelli che lo firmavano all’ingresso in azienda o in ufficio e poi, invece di andare al lavoro, se ne uscivano a fare la spesa o a giocare a tennis. E quando qualcuno gli ha detto che non si fa così, hanno risposto che tanto lo fanno tutti. Dalle Alpi a Lampedusa: prima volta che si è fatta l’unità d’Italia. A spese sempre di qualcuno, questa volta degli onesti. Ora abbiamo i furbetti del vaccino, che fa pure rima con cartellino. Quelli che, invece di aspettare il loro turno, si infilano nelle code o le saltano, sport nel quale siamo campioni olimpionici. La differenza è che col cartellino l’indignazione era ammantata di sotterranea approvazione, c’è sempre uno spirito nazionale che invece di benedire il lavoro, si dà mille ragioni per considerarsi uno sfruttato col diritto almeno di andare a prendersi tre caffè se no non funziono. Ma con i vaccini è difficile che uno spirito nazionale scatti. Difficile quando ciascuno può essere un pericolo per l’altro. E quando la forma maggiore di solidarietà è la mascherina per difendere padri da figli e figli da padri.

 CHI LASCIO MORIRE Il tempo della solidarietà contro il virus c’è stato, quando abbiamo cantato l’inno di Mameli sui balconi (e senza che giocasse la Nazionale di calcio). E quando dai condomini di Napoli era calato un cestino con la scritta <chi può, metta, chi non può, prenda>. Ma poi il virus è tornato troppo allegramente inaspettato e da solidali ci ha ridotti in frustrati e incattiviti. Come, la seconda ondata? Mentre ora siamo addirittura alla terza. Ma già prima gli ospedali che scoppiavano avevano indotto molti a chiedersi se tutti avessimo lo stesso diritto di vivere, nel senso che dovendo assegnare con priorità una terapia intensiva, chi salvi e chi lasci perdere? Anzi chi ha più diritto di vivere e chi ha più dovere di morire? In Inghilterra il prode Johnson meditava quella <immunità di gregge> che consisteva nel lasciar crepare senza cure chi non ce le faceva e così tutti gli altri sarebbero stati indenni. Infine il rebus era sciolto: i vecchi hanno comunque pochi anni davanti, meglio tenerci i giovani che ne hanno di più. La vita non vale allo stesso modo, non la conosci la legge di mercato?

 Insomma si trattava di capire quali fossero le vite utili e quali quelle inutili. E se fosse meglio, come si dice, fermare la pandemia a monte o a valle. Negli Stati Uniti di quel tanghero di Trump da qualche parte si suggeriva ai tassisti di non portare in ospedale chi ad occhio e croce sarebbe schiattato. D’altronde da noi c’è una bozza ministeriale secondo la quale <quando la scarsità rende le risorse insufficienti, i principi di etica possono consentire di fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne benefici>. Tradotto: invece di incrementare le risorse (leggi terapie intensive) quando si poteva, scegliamo chi ha maggiori possibilità di farcela ora. Per gli altri, ne riparliamo nell’altra vita. La bozza magari sarà cambiata. Ma il Comitato nazionale per la bioetica ha tuonato che il diritto alle cure è uguale per tutti. E che non si possono comparare i pazienti né per età, né per sesso, né per censo (mentre la sciagurata nuova vicepresidente lombarda, Moratti, dice che i lombardi hanno più diritto di avere prima il vaccino perché più ricchi). Finché è spuntata su un giornale di provincia una nonnina che ha chiesto se avesse potuto donare il suo vaccino al nipote ventenne. Commovente, ma il vaccino non è mio e me lo baratto.

 AVANZA UNA DOSE In questo clima hanno fatto irruzione i furbetti del vaccino. Il presidente di Regione, il sindaco, il parente, il manager, l’amico, il costruttore edile, il prete in buonafede (e ci mancherebbe). Un campionario di saltafossi, anzi saltacode, che si sono infilati togliendo il posto e il diritto agli altri. Spesso con la scusa, c’è una dose che è avanzata e invece di buttarla, vieni. Mentre, come è stato scritto, si poteva usare il metodo israeliano: scendi in strada, ferma il primo che passa e gli chiedi se vuole vaccinarsi immediatamente. Il fatto è che, a vaccinazione iniziata, non si capisce ancòra quale sarà l’ordine. Medici e personale sanitario anzitutto, poi gli anziani delle Rsa (Residenze sanitarie assistite) secondo il governo. Ma con le Regioni ciascuna delle quali può fare come gli pare. E allora, non si devono vaccinare prima i commercianti che hanno a che fare con i clienti? E gli insegnanti anche se insegnano da casa? E il garzone che porta la spesa, no? E i parrucchieri? E il Festival di Sanremo?

 Il Paese delle categorie e delle eccezioni. Col vaccino che è un <bene comune>, non privato. Se ne sta occupando ovviamente la magistratura, nel Paese più illegale del mondo. Dove si può avere l’impudicizia di essere raccomandati per far morire gli altri.