24/10/2020
La vita normale rimasta anormale

Sabato 26 settembre 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Quante ne sta combinando il virus. E’ come se il <restate a casa> non fosse mai cambiato da quel 9 marzo quando ci misero tutti ai domiciliari come malavitosi. E ore di dibattiti si sono consumati in tv per capire come sarebbe stato il <new normal>, insomma la vita <dopo Covid>. <Magnifiche sorti e progressive> alla Leopardi ci aspettavamo, tanto ci mancava l’aria. La verità è che non solo il Covid ci ha concesso un <dopo> per modo di dire visto che continua a girare come un serial killer. Ma che il <new normal> è tutto tranne che <new>, appunto nuovo. Anche perché col Covid la guerra non è mai finita. Noi continuiamo a fare di tutto (o quasi) per evitarlo. Quello non solo non si è preso le ferie, ma per l’autunno già ci minaccia come si dice dalle nostre parti: ti aspetto fuori.

 GIOCATI DAL VIRUS Nel frattempo il dopo è come il prima. Compriamo tutto da Amazon senza mettere il naso fuori manco fosse a 24 carati. Abbiamo la macchina più in garage che in strada, anzi di tanto in tanto dobbiamo andare a mettere in moto per non far afflosciare la batteria. Per il lavoro il tragitto va dalla camera da letto al computer e c’è chi da mesi neanche si toglie il pigiama. Invece che al cinema, i film ce li vediamo in tv mangiando la pizza che non mangiamo più in pizzeria ma ce la porta il <rider> che corre in bicicletta come Hamilton in Formula 1. Anche le partite ce le vediamo in tv se non siamo fra i mille dello stadio che non si sa come abbiano quella fortuna e tutti a rosicare. Le scuole si sono riaperte ma fino al primo tampone positivo che le richiuderebbe peggio di un Fort Apache assediato. Le università sono a scelta, se uno è pendolare non deve prendere più il treno per la lezione dal vivo ma così prima o poi saranno tutti pendolari. Niente discoteca e almeno un tempo c’erano le terrazze e le case per fare <quattro salti> ma ora sarebbe da sfigati. Al bar distanziati ma ormai per parlarci allo stesso tavolino ci mandiamo whatsapp quindi nessun pericolo di gocciolina vagante. La movida è sempre un assembramento tipo bostik ma a botte di multe e di <cazziate> di Decaro chissà chi la vince. E quanto ai <vediamoci stasera>, sono più rari di un pinguino nel deserto del Sahara.

 Così i nostri giorni sono più pieni di connessioni che di contatti. Come se ordinare per posta fosse esattamente la stessa cosa che andare in giro per vetrine. Come se per comprarsi una camicia bastasse dare il numero del collo. Come se un etto di prosciutto non dovessimo nemmeno dargli uno sguardo nel caso avesse fatto la prima guerra mondiale. Come se stare insieme in una sala buia tra silenzi e risate e sospiri di tutti non fosse partecipare a una emozione collettiva, fosse anche per dire insieme alla fine che il film è un mattone. Come se il teatro non fosse condividere il respiro dei protagonisti e loro il nostro. Come se stare in ufficio o in azienda fosse solo andare insieme a prendere il caffè dalla macchinetta, che non sarebbe neanche questo dispiacere sempre che non sia più caffè che scrivania. Come se la scomparsa pausa pranzo non fosse più pausa che pranzo. Come se vedersi all’università non fosse un rito di crescita al di là della lezione, occasione per dilatare amicizie e colleganze: abbiamo fatto lo stesso corso. Come se il compagno di banco non potesse restarlo tutta una vita ma ora il banco a due è più proibito che calpestare le aiuole. Come se mangiare fuori fosse la stessa cosa che stare io e te in soggiorno senza una parola tanto che ci dobbiamo dire dopo tanto tempo? Come se privarci di tutto ciò che sa di sociale fosse la stessa cosa che aprirsi al mondo soltanto nel chiuso di una tastiera e di uno schermo. Ora ci apriamo al mondo chiudendoci, e non diamo la colpa solo al virus. Non è che ci ha preso nel mezzo di una ritirata già cominciata? Di un una vita in remoto che già prima del <fermi tutti> aveva archiviato ogni vicinanza?

 ROBA ALLA ZALONE E di questa storia del gomito, ne vogliamo parlare? Niente strette di mano perché il vigliacco del Covid si attacca ovunque, specie su mani che hanno visto l’ultima volta il sapone quando c’era ancòra Andreotti. Allora, appunto, salutiamoci di gomito, che per la verità era di un comico da fare invidia anche a Checco Zalone. Si sono visti potenti della Terra sgomitarsi da fare pena, più una perdita di dignità che uno stile. E poi, se nel gomito dobbiamo starnutire, incrociando gli starnuti abbiamo deciso di far durare vent’anni la pandemia? E il metro di distanza? Cosicché dopo sei mesi di attente e approfondite riflessioni, l’Organizzazione mondiale della sanità ci dice che è meglio una mano sul cuore, così ne approfittiamo per capire chi ce l’ha a destra e chi a sinistra. Qualcuno ha timidamente chiesto se non basti un ciao, proposta col difetto di essere troppo di buon senso. Anche se batteremo il virus, rischiamo che a seppellirci sia una risata.