30/07/2021
Ma dove vai senza tatuaggio

Domenica 25 luglio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Tatuarsi è bello? Andiamo a chiederlo al giovane inglese che qualche giorno prima della finale di Londra si è tatuato la Coppa di Campione d’Europa 2020. Tiè. Ma ci sono quelli che si tatuano il nome dell’amato o dell’amata, un rischio data la volubilità dei tempi: con la lista che ti resta addosso di chi hai usato e gettato, finisci che non ti fila più nessuno. Il fatto è che con il tatuaggio ti senti qualcuno, una forma di anticonformismo diventata il più becero conformismo. Una volta i tatuati erano i galeotti, i marinai, i mercenari, tutti i maledetti vari: insomma la feccia. Ora se la mamma che spinge il passeggino non ce l’ha è considerata all’antica, sei vecchia. Almeno la classica farfallina nel punto nevralgico. Con pericolo di imitazione sociale che induce il ragioniere fantozziano a marchiarsene sul braccio uno più grosso del muscolo. Per non parlare dei “cinghialoni” da terza età con riporto in testa e polsi affollati tanto di incisioni che di braccialetti. Più l’effetto gregge sui giovani. Come, non ne hai neanche uno?

 COME MANIFESTI Per essere unici siamo diventati di serie, uguali a tutti gli altri. E se non ti fai scrivere addosso nome e data di nascita dei figli, fai la parte del genitore che se ne frega. Anche la faccia del cane, in concorrenza con i social sempre più simili a zoo familiari. Poi i mistici, quelli che sembrano camposanti con più croci che peli ovunque sia rimasto un angolo di pelle libero. E se prima affidavamo pensieri e sentimenti a un inaccessibile diario a mano, ora siamo diventati un libro aperto per chiunque voglia leggerci fra pettorali e ombelico. Sempre più libri aperti quanto meno i libri li leggiamo (dato che il recente boom di vendite è merito di chi già comprava non di redenti dal destino di ignoranza).

 I tatuaggi sono diventati l’unica eternità in tempi di cotto e mangiato, sono indelebili quanto più tutto il resto svanisce come neve al sole. Sono per sempre quando per sempre resta solo la morte (ma ci stiamo lavorando sopra). Un momento, una persona, una gioia, un dolore marchiati per l’eternità. Con frasi auto-incentivanti come “Sii te stesso” che per ricordartelo devi andare davanti allo specchio. I tatuaggi sono diventati il bugiardino delle nostre vite, esibiamo le istruzioni per l’uso di noi stessi e le conseguenze indesiderate. E tutto possiamo essere ora tranne che indecifrabili, basta farsi dare un’occhiata. Siamo manifesti viventi.

 TROPPO INDELEBILI Ovvio che ci siano anche forme d’arte: non più olio su tela ma coloranti su epidermidi. E artisti che hanno scelto soggetti in movimento più che la fissità di musei o gallerie. Ma c’è anche la roba da ampio consumo, outlet del tatoo. Vedi le braccia e le gambe di certi calciatori che sembrano reduci da una fogna. Una poltiglia ributtante, sporchi più che dipinti, fatiscenti più che atletici, unti più che scolpiti, debosciati più che vitali. Con inevitabile effetto collaterale su chiunque li prenda a modello, voglia essere come loro. Più capaci di colpire l’attenzione con una coscia bitumata che con un tiro in porta. Poi c’è Fedez per il settore cantanti (e maestri di pensiero di nomina propria), i cui svolazzi multicolori arrivano a impiccargli il collo. 

 E se un giorno voglio cambiare? Se ho scritto sull’omero Viva Inter e poi l’Inter non ha beccato più uno scudetto per nove anni (come avvenuto)? Se mi sono immortalato sul costato un Che Guevara e poi con l’età mi prende un coccolone per la Meloni? I tatuaggi sono di sinistra o di destra? Come pericolose sedimentazioni geologiche segnano le stagioni della nostra vita. Non sono anelli che metti e togli. Meglio incidersi concetti universali, come l’amore per la natura che va sempre bene. O come la pace, chi non è per la pace? Il tatuaggio non è solo un tatuaggio, ci scopre anche quando sembra che ci copra.