11/05/2021
Mai più a nessuno la benda sugli occhi

Sabato 17 aprile 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

“Gentile professoressa di Verona, lei ha ordinato a una sua 15enne alunna a distanza di bendarsi davanti alla telecamera durante la sua interrogazione di tedesco. Le sembrava che rispondesse troppo bene per aver non escogitato qualche trucchetto. Che so, quelli sospettati in questo periodo che non fa bene né ai docenti come lei né, tantomeno, ai ragazzi. E li conosciamo, perlomeno li ipotizziamo. Dal libro sulla scrivania fuori dall’occhietto che inquadra, ai bigliettini appesi intorno al monitor, ai post appiccicati alle pareti, al telefonino nascosto sotto la scrivania, agli auricolari bluetooth per farsi suggerire, alla foto delle pagine del libro. Fino alle disconnessioni continue proprio quando devono rispondere. O spegnere la telecamera ogni dieci secondi proprio quando lei interroga. O la linea, e la batteria. O inquadrare solo la fronte per chattare per tutto il tempo della lezione.

 LA STUDENTESSA IN DAD “Sappiamo anche, professoressa, che una sua collega, sempre di tedesco, a Padova, faceva tenere le mani davanti agli occhi. E una di Scafati, nel Salernitano, come lei faceva bendare i ragazzi durante l’interrogazione di latino e greco. Mentre a giugno dell’anno scorso una liceale di Roma si era preso un 3 per aver rifiutato di farlo. E conosciamo gli altri mezzi che voi avete provato a imporre nella vostra controffensiva contro i presunti furbetti. Farli girare di spalle alla telecamera. Farli avvicinare al computer in primo piano per essere sicuri che non guardino gli appunti. Fargli mostrare i libri. Farli stare col volto verso il muro e le mani alzate. O in piedi e con le spalle al muro. O col viso schiacciato sullo schermo. O con uno specchio alle loro spalle. O imporre una webcam nella cameretta in modo da inquadrarla tutta. O togliergli il cellulare, unico contatto umano con i genitori che magari sono fuori per lavoro. Fino a all’obbligo mistico delle mani davanti unite come in preghiera per chi fosse solo indiziato di copiatura.

 “Ora lei sa, professoressa, che almeno una volta tutti abbiamo copiato. E chi dice di no è un bugiardo. E quanti di noi ci scrivevamo sulla mano le formule di chimica. E gli slip imbottiti di rotolini per leggerli quando si andava in bagno. O addirittura l’incavo nel vocabolario con tutto ciò che sarebbe servito per il compito. Per non parlare dei concorsi dei quali si conosceva la traccia prima. Con questo non vogliamo chiederci dov’è la novità. Non vogliamo fare benaltrismo, dire succede ben altro. Ma vogliamo dire che in questa assurda guerra dell’insegnamento, come si dice, da remoto, o Dad, anzi ora Did (didattica integrata a distanza) non ci sono vincitori e vinti. Ma siamo tutti sconfitti. E lo saremo ancòra di più quanto più la facciamo diventare una prova di forza come se si dovesse vincere il pesciolino rosso al lunapark.

 DI CHI LA COLPA “E’ sconfitta lei, professoressa, nel doversi inventare qualcosa di nuovo per tenere desta l’attenzione di una classe dispersa. Una classe che non beneficia della presenza degli altri, degli sguardi, del dialogo fra cattedra e banchi e fra banchi e banchi, del giovanile spirito di comunità, diciamo anche del brusìo. Non beneficia di un rassicurante respiro collettivo. C’è solo gelo nell’aula che non c’è. Nessuno la ha formata, professoressa, a questo esilio. Ed è difficile così per lei accendere la miccia della curiosità. Ma sono sconfitti i ragazzi e una ha scritto che non ce la fa, non se la sente neanche di lavarsi, ha ansia e non può continuare così. E gli psicologi parlano di pericolo di crollo dell’autostima fino all’autolesionismo. E’ una umiliazione reciproca, professoressa, cui non sarebbe il caso di aggiungerci ulteriori vergogne. La benda davanti agli occhi si mette ai sequestrati. O davanti al plotone di esecuzione. Li vogliamo fucilare?

 “ E cosa imparano? E non è un anno perso? E non perdiamo una generazione, visto che ora questi anni di penitenza sono due, ora dentro ora fuori? E non è la scuola il primo tassello di una civiltà? E non è, e non è? E’. Ma forse, che dice professoressa, invece di creare carcerieri e carcerati, da una cameretta a un tinello si può fare un tentativo insieme. Un tentativo di creare una relazione anche senza relazioni, una scuola anche senza la scuola. Una capacità di aver cura gli uni degli altri, sia pure in versione 2.0. Facile a dirsi, ma i ragazzi se ne accorgerebbero. Avranno imparato meno, anzi hanno imparato meno. Ma almeno non avranno perso voglia di vita. Non si saranno sentiti dall’altra parte di una barricata che non risparmia nessuno, né lei né loro. Non li avremo colpevolizzati per un mondo del quale non hanno colpa. Lei, come in una famosa altra lettera da Barbiana, potrebbe fargli capire che, nonostante tutto, a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio. Anche senza andarci. Ma certo facendogli aprire gli occhi e non chiudendoglieli.”