10/07/2021
Non posso, sono in collegamento

Domenica 4 luglio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Mai siamo stati tanto collegati come quando siamo stati così scollegati. Non potevamo vederci col Covid, ma l’immortale “ho una riunione” è stato solo sostituito da “ho un collegamento”. Versione tecnologica della “riunionite”, le riunioni tanto più inconcludenti quanto più insistenti. Quel continuo ritrovarci attorno a un tavolo per non dirci, per non concordare, per non concludere, per non decidere. Anzi per decidere quando riunirci di nuovo. Riunioni come la “Corazzata Potemkin” di Fantozzi, delle quali non dire male pur pensandolo tutti. Il classico “il dottore è in riunione” col quale si evitava gente molesta tanto anche se il dottore non era in riunione era come se lo fosse perché un dottore è in riunione, altrimenti dov’è?

 Metti il collegamento per lo smart working, mica potevi non lavorare solo perché il lavoro in presenza era più proibito di una torta per il colesterolo. Metti il collegamento per la lezione, mica potevamo approfittare del virus per accrescere ancor più l’ignoranza del popolo già più ignorante d’Europa. Anzi meno male che c’è stato il lavoro a distanza, che chi non lo ha fatto dice ma che lavoro è quello come se da casa non si lavorasse. E meno male che c’è stata la Dad, didattica a distanza, anzi a volte la Did, didattica integrata a distanza, che nessuno in Italia ha ancòra capito cosa voglia dire. Tutto ciò che ha salvato studenti i quali altrimenti avrebbero fatto una vacanza che neanche Briatore.

 Il collegamento è stato ed è un avvoltoio che volteggia sulla vita delle nostre famiglie. E’ l’intruso che si è intrufolato senza bussare. E’ quello che un tempo era lo “sto al telefono” anzi peggio perché al telefono puoi anche non stare inchiodato a una poltrona con i libri dietro. Il collegamento è la precedenza assoluta di chi non si mette in coda. Il collegamento è il campanello alla porta non preannunciato. Il collegamento è la scusa per isolarsi in case in cui ci si isola anche se si sta nella stessa stanza. Il collegamento è il pronto soccorso di chi non ha nulla da dirsi. Non posso, sto in collegamento.

 E poi, visto che fuori c’era il coprifuoco, potevi dire che eri impegnato e non potevi fare il collegamento? Al massimo potevi dire che avevi un altro collegamento. Che non sempre era una scusa, visto che se scampavi a Zoom, non sfuggivi a Skype, e se scampavi a Zoom e a Skype, non potevi scappare a Team. E in qualsiasi ora, mica come in ufficio dove, quando avevi finito, piantavi il zippo e ci vediamo domani. Visto che il virus ci sconnette fra di noi, ci pensa il collegamento a tenerti sempre connesso. Cogliendoti nell’accidiosa aria di casa, ché se esci almeno un po’ ti svegli, perché il collegamento si può fare con i pantaloni del pigiama ma fuori almeno un jeans te lo devi mettere. E la barba te la devi fare anche se hai la mascherina. E lei un po’ di fard se lo deve mettere perché mica puoi uscire con la faccia del cuscino.

 E poi il collegamento è la versione domestica dei dibattiti tv dell’”io non l’ho interrotta”. Se non intervieni ti assopisci, se intervieni il tuo microfono si somma a quello degli altri collegati che per non assopirsi hanno deciso di parlare mentre lo hai deciso anche tu. E il collegamento è proprio il posto in cui all’improvviso ti manca il collegamento. E quando ripristini il collegamento, quelli che sono rimasti collegati ti devono dire tutto ciò che non hai ascoltato quando non sei stato collegato. Altrimenti parli e dici, non so se questo è stato detto quando non sono stato collegato e così si fa notte. Il collegamento non è un collegamento, è un sequestro legale di persona col consenso del sequestrato.