29/06/2021
Oggi è giovedì addio cellulare

Domenica 27 giugno 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Un sudario di terrore. E’ peggio di una gomma bucata su una via isolata. E’ peggio di una farmacia chiusa se ti scoppia un mal di denti. E’ peggio di un treno perduto per un minuto. E’ peggio di una massima di pressione a 200. E’ peggio di un saturimetro a 90. E’ peggio di una perdita d’acqua della lavatrice. E’ peggio di una interruzione rete quando c’è la partita in tv. E’ peggio di una fetta di pane con la nutella che cade dalla parte della nutella. E’ peggio di uno sportello che chiude mentre sei in coda. E’ peggio di una pasta al forno senza crosta. E’ peggio di un testo non salvato dal computer. E’ peggio di un autogol della tua squadra all’ultimo minuto. E’ peggio di una sveglia alle cinque del mattino. E’ peggio di una fine settimana di giugno col temporale. E’ peggio che sentirsi dire fra noi è finita. E’ peggio delle chiavi di casa che non trovi più. Nulla è pari a un cellulare smarrito. Una angoscia come se tutto fosse finito.

 QUANDO SI DIMENTICA Eppure secondo le statistiche è proprio il cellulare l’oggetto più dimenticato: anzitutto su un taxi, ma anche altrove. Irrimediabile come un lutto. Come quando ti finisce in mare e acqua cupa si richiude su di lui, tanto per riecheggiare Dante. Perché un cellulare che sparisce non è come se sparisse una busta che avevo messo là, una ricevuta che avevo poggiato qui, un orologio che mi ero appena tolto, un paio di occhiali che avevo in mano. Sparisce non un oggetto come altri ma sparisce un pezzo di noi. E ora come faccio?, manco fossi in una campagna senza luna, manco ti trovassi in un deserto senza segnali stradali, manco ti avessero scippato al bancomat. Perché un cellulare smarrito non è una perdita ma una mutilazione, un denudamento, uno shock, un addio, una sincope, una anticamera del suicidio. Appunto perché lì dentro non ci abbiamo messo telefonate, ci abbiamo messo una vita. Quando un cellulare non prende, non ci prendiamo noi.

 Guardi in una tasca, guardi nell’altra, apri una borsa, ti tasti tutto, ripercorri i minuti, ricapitoli i posti, interroghi, ti interroghi, speri, respiri profondamente. Sceso dal taxi non lo ritrovi soprattutto il giovedì e il venerdì, soprattutto dopo le 13 e prima delle venti. Città più smemorata Tokio, poi Vienna, poi Milano. Ma siccome ora il taxi lo chiami con una app, tutto è tracciato e lo riacchiappi anche se ti è appena ripartito. Il problema è che senza cellulare non puoi più niente, come se ti comparisse la scritta “nessun servizio”. Che non è solo nessun servizio, ma  nessun tutto.

VITA AL BUIO Niente chiamate, niente whatsapp, niente foto, niente mail, niente facebook, niente ricerche internet, niente skype, niente lavoro a distanza, niente agenda, niente orario, niente previsioni del tempo, niente mandami la posizione, niente alla rotonda prendi la prima uscita, niente mail, niente poggia sul Qr, niente film, niente partite, niente video, niente prenotazioni, niente fammi un colpo, niente compagnia, niente pronto soccorso, niente vuoti riempiti. Un mondo senza cellulare sarebbe un mondo in neurodeliri. E mica è necessario dimenticarlo sul taxi, basta non avere carica e il tempo si ferma.

 Vedi ragazzi al bar, stanno tutti insieme ciascuno di testa sul suo smartphone. E meno male, altrimenti come si parlerebbero fra di loro pur non dicendo una sola parola e pur non scambiando un solo sguardo? Anche se in fondo, facciamola finita, quell’affare lì è solo uno strumento, non diamogli molta importanza. Ma dimenticalo o perdilo, e vedi se continui a dire che è solo uno strumento eccetera eccetera. Il cellulare è una terapia intensiva dalla quale si stacca il tubo.