12/04/2021
Senti solitudine? Dillo all'assessore

Sabato 20 marzo 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Certo che sarebbe interessante capire cosa potrebbe fare un assessore alla solitudine. Una telefonata di tanto in tanto per la chiacchiera. Una passata sotto il balcone del cittadino bisognoso (di compagnia) per dirgli ciao ciao. Una foto su Instagram con un sorriso vero e non i diversamente sorrisi che ci consente la mascherina. Una scemenza da Tik Tok. Perché finché la nostra vita non diventa bianca (nel senso di zona da virus) non si può neanche andare insieme al bar a prendersi un caffè proprio quando sarebbe più necessario. Né farsi un burraco sociale essendo ora possibile solo un solitario. Quindi una <mission impossible> alla Tom Cruise per l’assessore alla solitudine appunto nominato da un mesetto a Villa del Conte nella provincia di Padova. Nel tempo in cui anche chiedere <come stai> sembra una presa per i fondelli. Essendo il semplicemente “sto” già il meglio che ci può dare una pandemia troppo capace di altro.

 SPINA NEL CUORE Racconta un amico che la nipotina lo chiama e gli chiede “che si dice”. Come, a quell’età in cui i piccoli sono un racconto infinito alla Shahrazad? Quel “che si dice” adulto segno che si ha poco da dirsi? Il fatto è che la nipotina non va a scuola e le lezioni a distanza ne hanno ammorbato anche la lingua. Senza poter stare insieme, senza le parole e gli sguardi di un’aula, senza le palline di carta lanciate. Una generazione si sta perdendo il brivido di crescere in mezzo agli altri. Col cielo in una stanza che impigrisce e ruba giovinezza e fanciullezza. Toglie la gioia dei domani. Con le nostre ultime primavere simboleggiate da una vignetta di questi giorni in cui una rondine volteggia su una città deserta e la didascalia dice che una rondine non fa primavera. Appunto. Sola anche la rondine. La solitudine è una spina nel cuore.

 Ma di solitudine non si sono avuti finora solo assessori. C’è stato addirittura un ministro in Inghilterra col governo della May. E poi uno in Giappone, e nemmeno con un virus che tarpasse le ali e lo giustificasse. Avvisaglia inconsapevole da un Paese afflitto dalla ferita degli “hikikomori” che si sarebbe poi diffusa nel mondo suo malgrado. Quei giovanissimi che si rinchiudono in casa e si cancellano dall’esistenza se non quella artificiale dei social e dell’alienazione contemporanea. Freschezze degli anni sottratte a sé e agli altri. E neanche la “beata solitudine” degli snob. Né la “maledetta solitudine” della malinconia. Piuttosto il Leopardi  stremato che nella solitudine rode e si divora.

 Ma lo smarrimento non ancòra da Covid ha generato anche altri assessori da pronto intervento solidale, un 118 sociale. Un paio di anni fa ce ne è stato a Trani uno, anzi una, alla gentilezza. Campanello d’allarme in una regione che ne aveva avuti altri a San Severo, Apricena e Peschici. Non sembrando solo marketing per guadagnarsi un titolo sui giornali o un servizio tv (Casalino è venuto dopo). Fatto sta che al momento ce ne sono addirittura 119 in tutta Italia, con uno recente a Otranto. Una gentilezza che non deve essere naturale come un respiro, se la si deve imporre con decreto o con ordinanza comunale. Né si sarebbe dovuto sprecare papa Francesco a raccomandare  di dire sempre grazie, prego, per favore. E raccomandarlo non solo ai bambini. In tempi in cui basta uno sguardo non gradito per far partire una coltellata. Tempi in cui una discussione che non finisca in insulto è come una pasta senza sale. Tempi in cui una giostrina nel giardino pubblico non è una giostrina ma una istigazione ai vandali per distruggerla. E tempi in cui siamo un po’ come il Linus di Schulz: amo l’umanità, ma è la gente che non sopporto.

 RICCHEZZA CERCASI E poi la felicità. Quella che campeggia nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, 4 luglio 1776: “Noi riteniamo che tutti gli uomini sono creati uguali: che essi sono dal loro Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che fra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”. Anche la felicità è zeppa di assessori come crema di uno sporcamuss pugliese. Fino alla proposta della Fondazione Guido Carli di inserirla anche nella Costituzione italiana, con le ultime apposite proposte di riforma parlamentare che risalgono al dicembre 2019. Felicità come sinonimo di futuro. O di lotta alla povertà. O di etica, nel Paese che sarebbe troppo cattolico per essere anche etico. Non essendo magari costituzionalmente difendibile una felicità intesa solo come fare ciò che ci pare.

 Poi, visto che ci siamo, e partendo sempre dalla solitudine, non ci facciamo mancare di qua e di là assessori di ogni tacca: alla Concretezza, alle Radici, alla Visione urbana, all’Armonia. Senza badare a spese la nostra Gallipoli: assessorati alla Crescita e appunto alla Concretezza, all’Armonia, al Futuro. Ne facessero uno alla Ricchezza, non avremmo più nulla da chiedere alla vita.