09/01/2021
Viva le vetrine ultimo antivirus

Sabato 9 gennaio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

E tu vedi se ci dovevamo mettere a fare l’elogio del commerciante. Quello che, diciamoci la verità, è sempre stato amato come un capitone può amare il Natale. Quello che, lo pensi, e pensi sùbito all’evasore fiscale, ché di sicuro non è giusto per tutti ma poi leggi di gioiellieri che dichiarano meno dei loro dipendenti e ti chiedi perché non facciano i dipendenti. Quelli che a malapena sono considerati lavoratori, come se appartenessero a un’altra specie, come se dicessi sto negli affari, che non si sa che lavoro è. Quelli che dici che si stanno sempre a lamentare quando va male, ma dove hanno messo i soldi quando andava bene? Quelli che vorrebbero sempre una città bella e accogliente per vendere di più ma non muovono un dito per contribuire al suo sorriso. Eppure se il pur troppo diffamato 2020 qualche cosa ce l’ha detta, se un insegnamento ci ha lasciato, non è solo il bastardo Covid. Ma è che facciamo bene a tenerci caro caro (anche se non come lo intenderebbero loro) il commerciante. Lunga vita.

 MONDO INCANTATO Perché, parliamoci chiaro. Cosa cercavamo noi che abbiamo assembrato strade e piazze appena il semaforo del nostro scontento è passato dal rosso all’arancione? Certo, cercavamo l’aperitivo, diventato il nuovo tricolore nazionale come se chi prendeva una tisana fosse un malato terminale. Certo, cercavamo l’incontro come se ci fosse ancòra una vita faccia a faccia e addirittura la parola nell’era del WhatsApp. Certo, cercavamo la festa proprio quando l’ultimo rito del nostro tempo ci era negato e uno lo aspetta tutto l’anno. Certo, cercavamo l’aria dopo arresti domiciliari a intermittenza che non sapevi mai cosa potevi fare un giorno e cosa l’altro. Certo, cercavamo di fregare a volo i Dpcm di Conte che il giorno dopo lo cambiava. Certo, cercavamo una vecchia normalità prima di arrenderci alla nuova perché dice che da ora in poi un virus un virus ce l’avremo sempre fra i piedi. Ma cercavamo soprattutto un mondo incantato che ci restituisse ottimismo. Cercavamo loro, cercavamo le vetrine.

 Lasciamo stare i giovani e la loro <corner street society>, la società degli angoli di strada nei quali ritrovarsi. Ci vediamo là, ora soprattutto bar. Lo faceva anche chi oggi è genitore o nonno: un posto dove andare a <stare>. E cacchieggiare. Ma le vetrine, le vetrine. Anzitutto l’unico spazio davanti al quale non devi fare la coda nel Paese che considera la coda peggio di un insulto. E poi, tutto un mondo quelle vetrine. Una promessa di felicità, sperando di non far arrabbiare papa Francesco secondo il quale col consumismo sfrenato andremo tutti all’inferno. Una zona franca nella fatica quotidiana. Una esposizione permanente di desideri. Una certezza che c’è anche altro pur se non tutti potranno raggiungerlo. Ma vetrine anche barometro più efficace di che tempo che fa.

 Il prodotto come favola. Ho bisogno di comprare per uscire dalla depressione. A Bari poi vetrine come una fiera permanente tanto che la città non ha una curva o uno spiazzo dovesse disturbare il passaggio da una all’altra. A New York quest’anno le hanno fatte più luccicanti del solito perché potessero essere meglio viste anche da lontano come un miraggio. Ciascuna delle dodici vetrine del grande magazzino Bloomingdale’s era illuminata con colore diverso per attirare di più l’attenzione. E ovunque ci fosse una vetrina c’era sempre un trionfo di Natale, anche se quest’anno non c’è stato il tour turistico fra di loro manco fossero monumenti della Grande Mela. Vogliamo accendere una luce in fondo al buio, hanno detto. Insomma se la città è il più grande spettacolo del mondo, se c’è più vita nelle strade che su tutti i libri di filosofia, lo vogliamo dare un po’ di merito anche alle vetrine?

  TRISTISSIMO CLIC Eppure questa volta si sono fatte prendere la mano anche loro. Come se non avessero forza o voglia di sorprenderci, come se stessero in quarantena anch’esse. Certo non era facile con le stizzose aperture un giorno sì e un giorno no. E certo più difficile cambiarle perché, dicono, anche i commercianti sono andati cauti con gli acquisti, mala tempora sono. Ma le vetrine sappiano che sono l’ultima trincea contro la dittatura del distanziamento che incombe su di noi. Che sono l’ultima speranza contro quegli acquisti su Internet piacevoli come un funerale. Che equivalgono alla gioia di un acquisto come può essere gioiosa una vita in solitudine davanti a un cellulare o a un computer. A una vita in cui con un clic hai ciò che vuoi tranne l’ebbrezza senza la quale la vita è calda come un findus.

 Quelli che parlano difficile affermano che Amazon rimodella i luoghi in cui viviamo. Le vetrine ci facciano la grazia di non farci rimodellare anche l’infanzia di un desiderio, anche l’abbaglio di un Natale permanente. Anche se la vecchia città muore, ci illudano che <the show must go on>, che lo spettacolo continua almeno lì dentro.