12/04/2021
Cento cantieri si aprano già da oggi nel Mezzogiorno

Venerdì 26 marzo 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Si aprano già da oggi i cantieri al Sud. Dieci, cento, mille. E non si faccia, come si dice al Sud, che passato il santo passata la festa. Immediate opere pubbliche ovunque. Gli Stati generali sono stati una occasione per riprendere a parlare di Sud. Ma si è ascoltato ciò che si sapeva. Anzi tutto ciò che da decenni si fa finta di non sapere. E cioè lo scandalo di un Sud area più vasta d’Europa a ritardato sviluppo. La certezza che il Sud conviene tanto all’Italia che se non lo fa crescere non cresce l’Italia. E che siccome senza Sud l’Italia crolla, si trascina l’intera Europa. La quale non può permetterlo fino al punto da aver destinato al Sud il 70 per cento (non il 50, ministra Carfagna) del Recovery Fund. Qualcuno continuerà a far finta di non aver capito?

 Le conclusioni su ciò che tutti sapevano facendo finta di non saperlo le ha tratte il premier Draghi già nella sua premessa, quasi non fosse necessario ascoltare nessuno. Tra il 2008 e il 2018 la spesa dello Stato al Sud si è più che dimezzata. Bisogna far ripartire tutto ciò che essendo fermo da decenni ha aggravato il divario col Centro Nord. Vogliamo fermare tutto quanto spezza il Paese in due. Anzi che, creando un’Italia di serie A e una di serie B, sta portando tutta l’Italia alla serie C. C’è una locomotiva tenuta ferma da rimettere in moto. Bisogna ridare a metà dell’equipaggio i remi per vogare.

 Il cerchio si è chiuso quando la combattiva Carfagna ha concluso ripetendo quasi parola per parola Draghi. Ma allora si fa ciò che non è stato fatto finora? Per ora parole. Vedremo se saranno azioni. E non solo per salvare l’Italia. Anche per restituire al Sud una dignità offesa. Per non continuare a ritenere che nascere al Sud sia una sfortuna, il destino di nascere nel posto sbagliato. Perché significherà avere tutto meno in un Paese in cui altri hanno tutto più. Pur essendo il Sud tanto capace di rimediare da creare sempre il più dal meno che gli si dà.

 Cosa è questo meno è presto detto, pur rischiando la noia.

 Primo, la spesa pubblica. Tanto iniqua che la mancata percentuale minima del 34 per cento al Sud (quanto la sua popolazione) toglie ai poveri per dare ai ricchi. Sessantuno miliardi all’anno che, invece di andare al Sud, vanno al Nord. Una forma obbligata di assistenza del Sud al Nord, così accentuando il divario. Tanto che con i suoi soldi, fra l’altro, il cittadino del Sud contribuisce a pagare le pensioni al cittadino del Nord.

 Secondo, i Lep, Livelli essenziali di prestazioni, cioè il livello di servizi al Sud previsto dalla Costituzione e mai ottenuto dallo Stato. Asili nido, posti letto negli ospedali, scuola, università, bus urbani, treni veloci, assistenza agli anziani. Tutti sotto il minimo perché, in base alla spesa storica, si continua a darne di più a chi più ha e meno a chi meno ha. Più a chi ha sempre avuto, meno a chi non ha mai avuto. Un bambino del Sud con la vita davanti vale meno di uno del Centro Nord.

 Terzo, il lavoro. La cui insufficienza continua a far essere il Sud una terra di emigrazione. Una terra dalla quale te ne devi andare per esistere. Lavoro che non si può creare per decreto. Ma dando al Sud condizioni per produrre non diverse da quelle di altri fortunati, anzi privilegiati. I quali ne hanno tanto più quanto più si toglie al Sud. Sono appunto i servizi, perché nessuno investirebbe senza asili nido per i figli.

 Quarto, le infrastrutture. Nessuno investirebbe al Sud anche se per andare da Bari a Roma ci volessero ancòra più di 4 ore. Da Roma a Reggio Calabria nove. E sulla linea adriatica i Freccia Rossa continuassero ad andare col freno a mano. Ma dal 2009 si attende una perequazione che sarebbe solo una “lamentazione” del Sud. Mentre l’Europa vuole un’Italia ricucita nella quale attraverso un Sud diverso dall’attuale si possa andare da Helsinki alla Valletta. E senza traghettarsi fra Calabria e Sicilia.

 Quinto, le Zes, le Zone economiche speciali che con le loro agevolazioni fiscali e contributive attirino iniziative imprenditoriali rimediando al maltolto. E il cui quadrilatero dal porto di Napoli a Bari a Taranto a Gioia Tauro, più Augusta e Catania crei una rete. Che collegata con gli interporti, le università, i centri di ricerca faccia del Sud l’estremo pezzo sviluppato d’Europa in grado di dialogare e competere con l’Africa, cioè con la Cina del futuro.

 Sesto, la burocrazia. Facciano il possibile e l’impossibile per ridurre i tempi delle opere, le liberino dalle procedure e dai Tar, evitino i primi lotti senza soldi per i secondi. Siamo in guerra e si faccia la guerra. Anche perché non una lira si avrà dall’Europa se non si conclude tutto in 5 anni.

 Un Sud civile ha seguito gli Stati generali inviando centinaia di proposte. Un Sud civile è in campo col Recovery Sud degli oltre 300 sindaci. Di altre passerelle ora il Sud si attende solo quelle fra un cantiere e l’altro.