06/12/2020
Combatte sempre e non molla il nostro Sud povero ma bello

Venerdì 6 novembre 2020 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Ma nonostante tutto il Sud combatte e cerca di reggere. Nonostante una pandemia di una ferocia imprevista anche dopo la prima ondata. Nonostante una disparità di mezzi rispetto al resto d’Italia che è aumentata invece di diminuire. Nonostante un finanziamento pubblico alla sanità che pure l’anno scorso ha privilegiato le regioni del Centro Nord anche a parità di popolazione. Nonostante nella primavera lo predestinassero a luogo del disastro annunciato. Nonostante il danno economico maggiore che l’anno prossimo potrebbe costargli crollo di aziende e disoccupazione molto più che altrove. Nonostante, occorre dirlo, una sanità che non meno di altre regioni è stata troppo spesso riservato dominio della politica. Quella politica che si permette addirittura di scegliere i medici come se fosse più preoccupata dei voti che della salute dei cittadini.

 Di sicuro non è il momento della polemica di fronte alle vite che si rischia di perdere. Non ce n’è voglia dopo l’estate. Di fronte alla frustrazione di mesi passati a fare campagna elettorale quando invece ovunque in Italia avrebbero dovuto farci affrontare l’autunno senza essere colti di sorpresa come prima. Ma l’estate non è servita neanche per rimediare a una disparità ancòra più odiosa quando non è in gioco un treno in più o meno, che peraltro per il Sud è sempre meno. Era legittimo pretendere che il Sud non si trovasse in sofferenza non per scelta del virus o perché non metta la mascherina. Ma perché non doveva esserci più una Puglia che solo con una piccola differenza di abitanti riceve dallo Stato 900 milioni in meno dell’Emilia Romagna. E lo stesso nel resto del Sud.

 Vedi per esempio i ventilatori, vitali come un battito cardiaco. Oltre un terzo di quelli distribuiti dalla Protezione civile sono andati al Nord. Dice: è lì che da marzo in poi il Covid ha fatto strage. E’ lì che non si sapeva più dove mettere i morti. Ma al Sud ne sono andati meno della metà pur avendone meno della metà già prima. Per non parlare del numero di medici rispetto alla popolazione. E ai posti letto in proporzione sempre inferiore. E negli ultimi anni i deficit maggiori non si sono avuti nel vituperato Sud né nelle regioni cosiddette <in piano di rientro>, appunto, da deficit. Ma in quelle del Centro Nord e non in piano di rientro. Così per esempio la Puglia non ha potuto assumere mentre lo hanno fatto le regioni settentrionali che pure non avrebbero dovuto e potuto in base ai loro deficit. Al momento del picco del virus poi ti trovi a temere il collasso.

 Ecco perché la Calabria è stata parificata a Lombardia e Piemonte nella zona rossa. E così la Puglia arancione. Non per il numero dei positivi e, purtroppo, delle vittime, per quanto allarmanti. Ma per il timore di non riuscire a fronteggiare la situazione se si dovesse aggravare. Situazione che uno Stato più giusto doveva appunto cambiare non solo negli ultimi mesi ma in almeno vent’anni di <due Italie>. Doveva cambiare con i letti in più e con le intensive in più al Sud. Dove pure in primavera sono stati trasferiti alcuni dei contagiati lombardi quando da loro non sapevano più che fare.

 E’ la stessa Lombardia che dopo aver purtroppo dato il peggio di sé da Alzano e Nembro in poi, ora ha rifatto le barricate per evitare di essere chiusa come se nulla fosse. E questo pur essendo l’epicentro nazionale della pandemia come prima. Un ricatto da <lesa maestà> che non è escluso sia costato una bocciatura compensativa pure alla Calabria. Così rifiuta regole differenziate proprio la regione che col Veneto le pretende con l’autonomia rafforzata. Per non parlare di Bolzano che autonoma lo è già. E che prima con uno spot tv si vanta di tenere i ristoranti aperti fino a notte e poi in tre giorni è costretta a una penosa retromarcia quando i suoi contagiati passano  da 190 a 547.

 E’ un autunno troppo luminoso per morire. Per fortuna c’è anche un Sud povero ma bello. Un Sud di fantasia che non cede al virus. Nella scuola, nello spettacolo, nella ristorazione, nella vita di ogni giorno minacciati di paralisi. Un Sud che dopo la protesta della piazza si è chiesto cosa possiamo fare per non limitarci al lamento. E’ quello che a Napoli e a Santeramo di Bari fa lezione ai ragazzini sulle panchine, sulle scalinate, su un prato. Che continua a recitare in streaming con i suoi attori. Che ti manda a casa patate-riso-e-cozze. E medicine. E che se le sue palestre sono chiuse, si allena all’aperto finché sarà possibile. E’ il modo migliore per dire #ilSudnonsiferma. Piccoli segni di resistenza e civismo laddove il rischio è il solo dolorismo.