21/05/2021
Il ponte sullo stretto? Non si fa perché a Sud

Venerdì 14 maggio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Il problema non è se fare o no il Ponte sullo Stretto di Messina, il problema è che se ne ridiscuta dopo tanto tempo. Come per ogni cosa del Sud. E quando la vera Questione meridionale per l’Europa non è il Sud, ma l’Italia. Che lo resterà finché il Sud non sarà fatto crescere, servendo appunto il Ponte non solo a questo. Ma servendo prima all’Europa, poi all’Italia, infine al Sud. Perché è l’Unione a volere un collegamento Europa-Mezzogiorno-Mediterraneo. Essendo il Mezzogiorno a soli 140 chilometri dall’Africa. Cioè da quel continente del futuro verso il quale l’Europa vuole una sua sviluppata zona terminale in grado di trattare alla pari. Mentre si è già in ritardo rispetto a Cina, Russia e Turchia che del Mare Nostrum stanno facendo il mare loro. Cosicché il Ponte non è solo un Ponte, ma una strategia per i prossimi cinquant’anni.

 Eppure si continua a far finta. L’ultima è il Gruppo di studio (un altro) insediato dalla ex ministra contro il Sud, De Micheli, per discutere ciò che era stato già discusso da 65 anni, quando c’è stata la prima legge che prevedeva il Ponte. Gruppo la cui conclusione è appunto fare un altro piano di fattibilità per l’unica campata o le tre. Cioè battere le puntate di Beatiful. E Ponte frutto di un concorso internazionale negli anni ’70 con la partecipazione del Gotha dell’ingegneria mondiale. Con un progetto firmato da 39 alti accademici e dirigenti di società a livello globale. Un gioiello della scienza al servizio dell’Europa. E che ora serve anche più di quanto servisse allora.

 Ma da allora, cosa è avvenuto? Da allora si sono spesi 400 milioni (più 700 di possibile penale) ma sui 3,3 chilometri fra Messina e Villa San Giovanni, più che un Ponte, sventola bandiera bianca per il Sud. Pensamenti e ripensamenti finché con una legge del 17 dicembre 2012 il governo Monti mette in liquidazione la società “Stretto di Messina” che non solo è concessionaria dell’opera. Non solo è titolare di un progetto già esecutivo. Ma è confortata da tutti i pareri positivi per impatto ambientale, rischio sismico, sicurezza e soprattutto per il mitico rapporto costo-benefici. Ma 2 miliardi sui 6,3 previsti (e già finanziati) sono spostati sulla seconda canna del traforo del Frejus. E addio al Ponte d’Europa sul Mediterraneo.

 Che ora costa più se non si fa che se si fa. Per ciascuno dei 5 milioni di siciliani significa 1300 euro l’anno in maggiori spese di viaggio (il 7,4 per cento del Pil regionale). Un indice di costo dei trasporti superiore del 50,7 per cento a quello medio nazionale. Con 5 miliardi all’anno di possibile reddito per la regione (2.123 pro-capite) e l’8 per cento di possibili esportazioni ora impedite. Oltre che 20 mila posti di lavoro per la costruzione. Ponte generatore di domanda, col porto di Messina primo in Italia e secondo in Europa per passeggeri. Così si continua a impiegare fino a tre ore per attraversare lo Stretto, a parte l’inquinamento da ferry boat. E con le mafie che, più che affari, ne avrebbero uno smacco, come avviene sempre quando si porta sviluppo da loro odiato perché significa coscienza civile.

 Fino al governo Conte-2. Quando il Ponte diventa un tunnel sottomarino. Poco mancandoci che finisca a teleferica. O persone e merci lanciati con una catapulta. Mancando un Mosè che cammini sulle acque. Mentre Grillo ci va a nuoto come unico mezzo ecologico per traversare. Benché il suddetto concorso internazionale in 30 anni di studi avesse selezionato 143 idee (tunnel compreso) per un’opera dell’ingegno già considerata dagli esperti l’ottava meraviglia del mondo. Più del ponte (e tunnel sottomarino) che per 15,9 chilometri da oltre vent’anni collega la Danimarca alla Svezia.

 Se i cinque anni del Recovery non sono sufficienti, lo si può fare con altri fondi disponibili per il Sud. Questo chiedono a Draghi le regioni Sicilia e Calabria. Anche per evitare l’aborto di una ferrovia Salerno-Reggio Calabria velocizzata ma che si blocchi lì. Mentre finora si diceva che non si faceva il Ponte perché non c’era la Salerno-Reggio Calabria velocizzata. Ponte che non è però solo Ponte ma una cucitura psicologica. E cucitura anche con tutto il sistema delle Zes, Zone economiche speciali meridionali. Collegate a porti, interporti, aziende, università, centri di ricerca per un nuovo Sud che si allacci anche con la linea adriatica. Un nuovo Sud dai focolai di crescita che facciano (finalmente) crescere tutta l’Italia. Il secondo motore che fa bene a tutti, anche ai meridionali. Allora se tu chiedi perché il Ponte non si fa, hai una immediata risposta.