11/05/2021
Italia finita ai margini perchè ha trascurato la questione del Sud

Venerdì 7 maggio 2021 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

Si fa presto a parlare dei problemi del Sud. Ma dei problemi del resto d’Italia ne vogliamo parlare? E di quelli di tutta l’Italia? Perché in un mondo che si divide sempre più in centri e periferie, tutta l’Italia rischia di essere sempre meno centro e sempre più periferia. Marginale in una nuova geografia economica che ci mette sempre più in fallo laterale quanto più noi facciamo poco per evitarlo. In un quadro che è mutato in un modo tanto straordinario quanto poco attento alle diseguaglianze. Questo è stato per noi il passaggio dal 20mo al 21mo secolo. Una deriva irreversibile? No, il futuro delle città e delle regioni, quindi delle nazioni “non è mai scritto per sempre”. Ma allora, cosa ci vuole?

 Pessimismo accademico e ottimismo civile nel nuovo libro di Gianfranco Viesti, appunto “Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo” (Laterza ed., pag. 454, euro 28). Numero di pagine che non deve preoccupare nel tempo del tutto consomé. Perché una robusta introduzione anticipa ciò che poi è sviluppato nel modo più completo e dettagliato degli ultimi tempi. Compreso un inedito inserimento di contesto più ampio e comparato, quello internazionale. A disposizione di chi vuol capire e soprattutto di chi vuole operare.

 C’è una “trappola dello sviluppo intermedio” che ormai non riguarda più sempre e soltanto il Sud. Il quale è il malato d’Italia tanto quanto l’Italia è la malata d’Europa. Ci sono ormai regioni del Centro ma anche del Nord che non vanno granché meglio del Sud e questo nonostante diverse basi di partenza. Sono ormai anche l’Umbria e le Marche ai limiti del ritardo. Ma lo sono anche impreviste Liguria e Piemonte. Mentre la stessa Lombardia perde sempre più posizioni nella classifica delle migliori d’Europa. Tanto che gli scarti con le altre regioni del continente ormai contano (negativamente) di più di quanto non contino quelli interni (Sud permettendo). Che è avvenuto e avviene? 

 Anzitutto l’illusione che un Paese possa crescere non facendolo crescere tutto. Allora basterebbe fare giustizia al Sud per mettersi a posto. E’ assolutamente vitale anche se a furia di ignorare un divario ce ne siamo ritrovato in casa un altro. E’ un ventennio che l’Italia non cresce perché non cresce la sua produttività, l’efficienza della sua produzione. E perché non cresce l’innovazione come se si andasse ancòra a pallottoliere in mezzo ai computer. Non cresce la specializzazione delle aziende nonostante tanti successi. Non cresce la loro dimensione più propensa a cedersi che a ingrandirsi. Non cresce il livello culturale del Paese che è il meno istruito d’Europa avendo il più basso numero di diplomati e di laureati. Non cresce la domanda interna. Non cresce anzi decresce la sua popolazione. Non cresce (anzi) il livello delle sue istituzioni. Cresce (invece) il numero di quelli che vanno via. E intanto gli investimenti internazionali veleggiano verso l’Est ex comunista. La deindustrializzazione si surroga con la digitalizzazione. E i Paesi emergenti tolgono mercato a chi lo deteneva.

 Così una mattina l’Italia si è svegliata e si è ritrovata periferia senza accorgersi dove andava il resto del mondo. Per sua colpa più che a sua insaputa. Con le aree europee forti sempre più forti e quelle deboli sempre più deboli. Quasi una vendetta del Sud e della sua attesa sempre delusa, avete visto cosa significa? E con una crescente polarizzazione fra centro e periferie che l’ha spinta fuori dai luoghi dove avviene il futuro. Con epicentro le città, anzi centro, appunto. Poi ci è messo anche il Covid ad allargare le differenze. Con la domanda su cosa fare inesorabile da più di un secolo.

 Non esistono a questo mondo “dinamiche spontanee”, avverte Viesti. Per quanto non esistano sottosviluppi indifferenti ai vaccini. Ma agli “instabili equilibri di decrescita” non è facile sfuggire. Mai più austerità quanto invece intelligenti politiche pubbliche più attente alla crescita di domani che al consenso di oggi. E sperando che non arriccino il naso i talebani del potere salvifico del mercato. Infrastrutture più avanzate. Imprese meno provinciali e familiari. Più istruzione e ricerca. Servizi pubblici di qualità. Debito buono. Va bene il Piano di ripresa e resistenza? L’Europa vuole che vada in questa direzione. Va bene anche per quanto è stato riservato al Sud? Lasciamo perdere, parliamo di primavera. Chi di periferia ferisce, di periferia perisce.